NEGAZIONI – MALEDETTA FANZINE – NUMERO 0 – MARZO 2012

finalmente, ci siamo. al link qui sotto troverete la fanzine “Negazioni” a cui ho collaborato per l’impaginazione, la realizzazione grafica e con una poesia “scarafaggi rosa”

godetevela, e diffondetela.

http://www.scribd.com/negazioni/d/81937653-Negazioni-Maledetta-Fanzine

neurone bruciato il 30 maggio 2012 – ore 11:20

una parte di me, quella paranoica e ipocondriaca, è convinta che il sottoscritto stia per diventare sordo. Stare spesso a contatto con musica a tutto volume sarà anche una causa, ma poi, a parte un fastidioso fischio che ormai non sento quasi più, ho scoperto, dopo un paio di controlli all’udito gratuiti, che ci sento nella norma, senza nessun tipo di problema.
Allora perchè spesso non sento quello che una persona mi dice? O perchè sento solo alcune cose e non altre?
Penso che esista una risposta per tutto questo, e dopo aver a lungo cercato, credo di averla finalmente trovata: forse la mia sordità è solo psicologica.
Non sto diventando sordo perchè il mio timpano è devastato dalle note swing a tutto volume, ma il problema, se proprio vogliamo chiamarlo così, è più a monte. Il mio cervello è semplicemente stanco di ascoltare le lamentele, i problemi e i progetti irrealizzati che regolarmente mi vengono proposti da altre persone, risparmiandomi fatica inutile e soprattutto tempo.
Le mie “orecchie mentali” si sono consumate a furia di ascoltare, consigliare, appoggiare altri. Una spossatezza derivante dalla convinzione che forse il rapporto di dare e ricevere non sia mai stato vicino all’uno a uno.
Così il mio corpo, dopo anni vissuti così, ha iniziato a proteggermi, cercando di ovattarmi rispetto al mondo esterno, o almeno a una parte di esso.
Mi ci vorrebbe giusto un po’ più di pazienza e tolleranza nei confronti del prossimo, poi sarei quasi una persona gradevole. Ci sto lavorando.

neurone bruciato il 28 maggio 2012 – ore 12:18

ho sempre visto la vita come un grosso libro. sarà per la mia passione per la lettura e successivamente per la scrittura, sarà per quel mio lato sognatore e sognante che mi ha dato spesso grossi problemi a sopportare la durezza delle persone e delle situazioni, oppure è solo una bell’immagine che mi sta passando per la testa, mentre annuso l’odore acre dell’ennesimo neurone bruciato.
un libro, dicevo. un romanzo, bello o brutto che sia, in cui si intrecciano storie di altri personaggi, che appaiono e scompaiono nel corso dei vari capitoli. la trama può essere avvincente o noiosa, dipende dai capitoli. il bello però è che non si sa mai cosa ci sarà nella pagina successiva, o nel capitolo.
il libro di qualcuno purtroppo è breve, quello di altri fin troppo lungo. non so se esista una lunghezza ideale.
alcuni di noi bruciano pagine della loro esistenza, perdendole per sempre, altri le lasciano intatte e intonse, bianche e senza la minima macchia.
lavorare in biblioteca mi ha fatto capire che tutti hanno le loro storie, la loro vita è un libro. come esistono libri che ci piacciono o non ci piacciono, così è anche per le persone che conosciamo. talvolta invece iniziamo a leggere un libro che non ci piace, ma che poi riscopriamo in un secondo momento, durante un altro capitolo della nostra vita.
sarà per questo motivo che ho sempre cercato di riavvicinarmi a persone con cui mi sono trovato distante in passato, per vedere se, nel nuovo capitolo che sto scrivendo, magari può farne anche questa persona. questo mio modo di fare mi ha spesso causato problemi, discussioni e grosse delusioni, oltre che una stanchezza che mi ha portato, negli ultimi tempi, a prendermi una pausa da questo provare a venire sempre incontro alle persone. tuttavia non stavo comunque bene e perciò sto provando a ricominciare.
un nuovo capitolo, vediamo come va a finire questa storia. per ora la trovo abbastanza avvincente.

null

Fuga a tempo di Swing (partecipante a concorso di racconti gialli e noir di Bovezzo)

Un forte temporale estivo stava sferzando la città, quella notte. La pioggia fitta limitava la visibilità
e impediva di vedere qualsiasi cosa ci fosse a pochi metri di distanza. Un tempo da lupi, insomma,
di quelli che costringono la gente a casa propria. Sono pochi quelli che osano avventurarsi per le vie
inondate d’acqua. E ancor di meno quelli che lo fanno senza ripararsi con un ombrello.
Tra questi c’era Bill. Stava correndo, o meglio, stava scappando. Il rimbombare dei suoi passi veloci
sull’asfalto e sulle pozzanghere dei vicoli della periferia era quasi impercettibile, coperto com’era
dallo scrosciare della pioggia sui tetti, e ancor meno si poteva vedere la sua sagoma, avvolta in un
impermeabile e in un borsalino color cenere, che si confondeva tra le tenebre.
A un certo punto Bill si fermò sotto una tettoia in vetroresina di un negozietto che vendeva
bigiotteria e tese l’orecchio: in lontananza, in quell’atmosfera ovattata, si udiva la sirena di un’auto
della polizia.
“C’è tempo per una sigaretta”. Bill si tastò le tasche dell’impermeabile per cercare il portasigarette
d’argento, tramandato da generazioni nella sua famiglia da primogenito a primogenito. Per un
secondo il viso di Bill sembrò come tagliato da un ghigno di vittoria, mentre estrasse dalla tasca
sinistra una collana di rubini, seguita da un diamante grosso come una noce. La rapina alla
gioielleria era andata piuttosto bene. Peccato per quell’allarme che era scattato e che lo costringeva
a quella corsa sotto il diluvio: sapeva che alle sue costole c’era il detective McManon, il migliore
segugio dello stato, arruolato dalla polizia a seguito della serie impressionante di rapine che aveva
messo a segno.
Bill guardò ancora un attimo i gioielli che aveva appena rubato, dopodiché li ricacciò
nell’impermeabile ed estrasse il portasigarette aprendo il bottone della tasca interna. Ascoltò con
soddisfazione il rumore metallico dell’oggetto e ne estrasse una sigaretta artigianale. Frugò ancora
qualche istante e si ritrovò in mano il suo fidato Zippo, ne aprì il coperchio e provò un paio di volte
ad accendere la fiamma facendo schioccare le dita, riuscendoci al secondo tentativo. La calda
fiamma color arancio illuminò i lineamenti duri del suo viso, gli occhi verdi e la barba incolta.
Aspirò una profonda boccata e si guardò attorno, tra le spire di fumo, per vedere da che parte
scappare.
Attorno a lui era tutto silenzioso e freddo: sembrava che quel vicolo fosse abbandonato da anni e
certe abitazioni avevano bisogno di essere ristrutturate. Il vento aumentò di forza e Bill dovette
premere una mano sul suo cappello, per evitare che scappasse via nella notte.
“Ora è il caso di darsi una mossa”, si disse, riprendendo la corsa con la sigaretta in bocca.
Fece ancora qualche decina di metri sotto il diluvio, quando decise di prendere una viuzza che
sembrava portare al nulla più assoluto: persino i lampioni erano rotti o spenti. Cosa potrebbe
desiderare di meglio un fuggiasco?
Superate alcune traverse anonime, la pioggia finalmente sembrò dare una tregua a Bill e anche il
vento cessò, quasi come se si fosse spento un interruttore.
L’uomo tese l’orecchio e sentì della buona musica venire da un portone anonimo, color mogano,
qualche decina di metri più avanti. Più si avvicinava, più le note gli apparivano chiare: qualcuno
stava suonando dello SWING! E Bill amava lo swing.
Sempre più incuriosito, si avvicinò al portone e quando si trovò a un pochi passi, di colpo una
giovane coppia uscì, lui sigaro in bocca, completo nero gessato e cappello a tesa larga con fascia
rossa, lei dolcemente avvolta in un vestito lungo e scarlatto, capelli scuri raccolti divinamente da un
grosso fiore color panna.
La musica travolse Bill: erano note inconfondibili, che aveva imparato ad amare quando era poco
più alto di un metro, dai dischi in vinile che ascoltava suo padre e, prima di lui, suo nonno. Si
trattava senza dubbio di Sing sing sing della Benny Goodman Orchestra, interpretata in maniera splendida da chiunque stesse suonando in quel posto.
“Sembra di essere tornati indietro nel tempo” pensò Bill, mentre guardava la coppia allontanarsi nel
vicolo.
L’ululato di una sirena della polizia molto più vicino rispetto a quello di qualche minuto prima, fece
tornare Bill sulla terra: McManon era sempre più vicino.
Doveva fare qualcosa. E in fretta.
Bill decise quindi di entrarci. Una volta dentro, si sarebbe inventato qualcosa.
Superato l’ingresso, rimase estasiato da quello che gli si presentò di fronte: le pareti di quel posto
erano totalmente nere ricoperte da quadri e da grosse figure di pin-up che quasi toccavano il
soffitto, l’illuminazione era scarsa, ma color porpora e dava alla sala un’atmosfera da girone
dell’inferno dantesco. Gli uomini che gremivano ogni angolo di quello spazio sembravano usciti da
un film di gangster e le donne… c’era da innamorarsi solo guardandole camminare fasciate nei loro
vestiti che ne valorizzavano le curve e la bellezza.
Qualcuno stava chiacchierando con il barista, altri ballavano lo swing che l’orchestra sul palco stava
suonando, catalizzando l’attenzione della maggior parte del pubblico.
I riflessi della tromba, del sassofono e del trombone riempivano la sala, mentre il contrabbassista
stava gareggiando con il batterista a chi faceva l’assolo che strappava più applausi, facendo roteare
il suo strumento con precisione chirurgica. Il clarinettista invece attendeva il suo turno con
impazienza e il pianista faceva correre le dita sui tasti bianchi e neri mentre accompagnava i due
solisti. Il cantante osservava in disparte, schioccando le dita a tempo, sorridendo e bevendo whisky.
La canzone finì in un crescendo di note e tutti i musicisti diedero il massimo, incalzati e incitati
com’erano dal pubblico. Alcuni ragazzi che si trovavano a pochi metri dal palco erano a dorso nudo
e facevano roteare le camicie in aria. In effetti l’atmosfera lì dentro era elettrica, stare fermi
impossibile e faceva così caldo che sembrava davvero di essere negli inferi.
Bill si fece largo tra gli applausi della folla, cercando di raggiungere il bancone del bar, quando
l’orchestra attaccò un nuovo brano. Di colpo sentiva il sangue bollirgli nelle vene e, quando il suo
sguardo incrociò quello di una ragazza con capelli neri raccolti e grossi occhi scuri, le tese la mano
per invitarla a ballare, dimenticandosi di essere un fuggitivo con il miglior detective dello stato alle
calcagna.
Sulle note frenetiche i due iniziarono a danzare. Bill se la cavava egregiamente, poiché sua madre
gli aveva insegnato i passi dello swing, ma la sua partner non era da meno. C’era un affiatamento
così forte fra loro che era come se avessero sempre ballato assieme e, per un istante, gli sembrò
quasi di diventare tutt’uno con la musica.
Terminato il pezzo, Bill la ringraziò con un leggero inchino. Lei si avvicinò e gli diede un bacio
sulla guancia. Attorno a loro si era formato un capannello di gente a guardarli e ora li stava
acclamando quasi quanto l’orchestra sul palco.
L’uomo finalmente raggiunse il bar e si appoggiò al bancone per riprendere fiato. Si voltò e si trovò
sotto al naso un bicchiere di whisky.
“Offre la casa. Solo per i migliori ballerini” disse il barista. Tra le mani aveva un bicchiere di vino
rosso che avvicinò a quello di Bill, proponendogli un brindisi.
“Alla tua!” gli disse, e bevve un lungo sorso.
“Grazie amico” rispose Bill sorridendo. Forse l’avrebbero catturato quella sera, ma in quel posto si
stava proprio divertendo.
“Gran bel locale. Non ne avevo mai visto uno del genere!” si complimentò, rivolto al giovane con i
capelli impomatati e sottili baffi scuri.
“Grazie! Peccato non durerà. Siamo un gruppo di ragazzi squattrinati con un bel sogno. La polizia
ci ha consegnato giusto l’altro giorno una multa per via dei volumi troppo alti. Se non paghiamo, ci
chiudono. Se la paghiamo, non avremmo soldi per l’affitto e chiudiamo comunque”, si confidò il ragazzo, guardando Bill negli occhi. “Finché possiamo andare avanti, teniamo duro!” concluse. Poi
sorrise, vuotò il bicchiere e si accese una sigaretta.
“Mi spiace, ragazzo” riuscì solo a dire Bill, finendo il whisky.
Poi si voltò a guardare l’orchestra, che stava salutando il pubblico dopo l’ultimo pezzo. Di colpo gli
venne una grandissima idea.
“Sai, anche io ho qualche problema, ma potremmo venirci incontro…” disse Bill rivolto al barista.
“Continua…” gli rispose lui, sorridendo beffardo, come se avesse già sentito più volte discorsi del
genere.
“Mi sembri un tipo intelligente, quindi verrò subito al dunque: sono inseguito dalla polizia e devo
nascondermi. Se riusciste a darmi una mano, vi ricompenserei” ed estrasse il grosso diamante dalla
tasca.
Il ragazzo sgranò gli occhi. Prese la pietra preziosa e la osservò da vicino strizzando un occhio. Poi
la puntò verso Bill e, guardandolo attraverso il diamante, gli disse: “Affare fatto”
Il barista fischiò per attirare l’attenzione dei suoi compari e alcuni di essi si avvicinarono: erano a
dorso nudo o con la camicia sbottonata appoggiata sulle spalle, erano sfiniti per aver ballato così a
lungo, ma avevano un’espressione soddisfatta.
Dopo qualche minuto in cui il gruppetto parlottò fitto, a Bill sembrò che uno di loro avesse avuto
una grande idea, tanto che gli altri si stavano complimentando con lui con delle pacche sulle spalle.
“Seguici” disse infine uno di loro rivolto a Bill. Era vestito di un completo color mogano, con delle
elegantissime scarpe di pelle nera, con inserti rossi e bianchi.
L’uomo volse lo sguardo al barista, che gli fece l’occhiolino annuendo e si fidò. Non aveva molte
alternative, in fondo.
Bill seguì il ragazzo, mentre osservava che altri due di loro stavano parlando con il cantante del
gruppo, che si stava rinfrescando dopo il concerto, mentre un terzo stava sistemando dei faretti,
puntandoli in direzione del pubblico, che protestò debolmente. Il cantante ascoltava, annuiva e di
tanto in tanto guardava in direzione del fuggitivo.
“Indossa questi” gli disse il ragazzo. Si trovavano in una sorta di “dietro le quinte” del palco, e Bill
si ritrovò in mano una giacca scura con i risvolti rossi e un cappello nero con una fascia bianca.
Erano del tutto identici a quelli che indossavano i musicisti dell’orchestra.
Finalmente l’uomo realizzò il piano di quei ragazzi e il suo viso si aprì in un ghigno divertito,
mentre si cambiò velocemente.
Il cantante, intanto, prese in mano il microfono e urlò “Ancora un pezzo… Vi va?”
Il pubblicò rispose con un boato che fece tremare le pareti. Il batterista cominciò a pestare sulle pelli
e gli altri musicisti ripresero a stargli dietro, tra gli applausi delle persone del locale che sembravano
in estasi.
Anche Bill si trovava sul palco, con una tromba color argento che uno dei gestori del locale gli
aveva prestato. Non sapeva suonarla, ma finse di farlo, imitando i movimenti dell’altro trombettista.
Dopo pochi secondi entrò nel locale il detective McManon. Si guardò attorno e strizzò gli occhi per
via di quei fastidiosi faretti posizionati dietro all’orchestra che stava suonando, di cui vedeva solo le
sagome che ondeggiavano a tempo di musica. Arrivò al bancone del bar, dove trovò un gruppo di
ragazzi, alcuni di essi sudati e a petto scoperto.
“Sono il detective McManon della polizia. Stiamo seguendo un ladro di gioiellerie che è stato visto
scappare da queste parti. Per caso l’avete visto?” disse duro al barista e ai suoi amici, mostrandogli
una fotografia di Bill.
I ragazzi la guardarono da vicino, poi uno di loro disse “Non è un viso comune. Se fosse passato di
qua me ne ricorderei”
“Bene” rispose freddo il detective “Farò un giro per il locale per controllare che non sia entrato.
Niente scherzi, mi raccomando” concluse perentorio, e il suo sguardo di ghiaccio passò lentamente in rassegna i visi dei ragazzi.
Una volta che si fu allontanato, uno di loro incrociò lo sguardo del cantante, che rispose con un
cenno d’intesa e diede il là per un assolo infuocato, che scatenò il pubblico, facendo tornare a
ballare anche coloro che si erano seduti sui divanetti ai bordi della pista centrale per riprendere
fiato.
McManon si spostò da un punto all’altro del locale, cercando di riconoscere Bill tra tutti quei tipi
imbrillantinati, ricevendo qualche spintone da coppie che stavano ballando freneticamente. Infine,
dopo un’ultima occhiataccia verso il palco, visibilmente innervosito dall’atmosfera di festa di quel
posto, ritornò al bancone del bar.
“Me ne vado. Non ho visto il sospetto qui dentro e mi manca l’aria. Se dovesse passare da questo
locale, qui c’è il mio numero” disse al barista, porgendogli il suo biglietto da visita. Infine uscì di
scena, proprio mentre l’orchestra stava suonando le ultime note e salutando il fantastico pubblico di
quella sera.
“Non so come ringraziarvi, ragazzi”. Bill era sudatissimo e si era sbottonato la camicia. Non era
stato fermo un secondo, non solo per non insospettire McManon, ma anche perché amava lo swing
e non riusciva a non ballarlo quando lo ascoltava. Il locale si stava svuotando e i gestori stavano
brindando assieme ai musicisti.
“Grazie anche al vostro swing” continuò rivolto all’orchestra “Se non fosse per voi, McManon mi
avrebbe catturato. Per stasera sono salvo!”
“Non c’è di ché amico” gli rispose il cantante “Ma stavo pensando a una cosa…” incrociò lo sguardo
interrogativo di Bill e poi proseguì, sorridendo “Noi stiamo per andare all’estero per una serie di
concerti. Vieni con noi?”
La proposta lasciò Bill senza parole: non solo l’avevano salvato dal detective, ma gli davano anche
una possibilità di fuga all’estero.
“Beh… la proposta è così allettante che accetterò senz’altro!” rispose l’uomo entusiasta.
Diede una mano a caricare gli strumenti sul furgone e, mentre i musicisti si stavano sistemando sui
sedili, cercando di riposarsi dopo il concerto, Bill andò verso i ragazzi, che stavano bevendo vino al
bancone, parlottando e ridacchiando, ricostruendo quello che era successo quella sera.
“Grazie ragazzi, siete mitici! Questo è per il disturbo, come promesso” disse lanciando il grosso
diamante verso il bancone. Il barista lo prese al volo e lo mostrò fiero agli altri. I loro guai finanziari
sarebbero finiti. Potevano pagare multe e affitti per un bel po’.
L’uomo li salutò uno per uno, abbracciandoli come se fossero suoi fratelli e infine, dopo una foto di
gruppo, si accomodò su un sedile del furgone e fece loro un ultimo cenno di intesa, prima che il
mezzo si allontanò nelle tenebre della città, ormai addormentata.
Bill si accese una sigaretta. A parte il guidatore e il cantante che stavano parlottando della serata e
dei prossimi concerti, tutti erano in silenzio, mezzi addormentati. Lui invece non riusciva a prender
sonno, dopo tutto ciò che gli era successo.
Era scappato alla polizia più volte, ma questa se la sarebbe ricordata in modo particolare: era stata
una fuga a tempo di Swing!

Il Re dei Tonni (versione per concorso di Roncadelle)

Erano quasi le due del pomeriggio di una giornata molto afosa. Un vecchio pescatore aveva appena ormeggiato la sua sudicia barca e si stava trascinando stancamente verso casa sua, che si trovava al di là della strada principale del paese, su di un isola sperduta nel mar Mediterraneo.
In una mano teneva una piccola valigetta metallica, contenente la sua colazione, nell’altra invece una rete da pesca vecchia e logora. Non era stata una buona giornata: non era riuscito a pescare neanche un pesciolino. O meglio, era riuscito a catturarne uno bello grosso, ma poi era scappato attraverso le maglie strappate della sua rete. Questa scena si ripeteva sempre più spesso, ma ormai all’uomo non importava più di tornare a casa a mani vuote.
“I pesci piccoli li lascio volentieri ai giovani!” diceva agli amici del bar che lo prendevano in giro per le sue infruttuose battute di pesca. “A me interessa solo catturare il Re dei Tonni!”
Tutti i presenti a questo punto scoppiavano a ridere: il vecchio sosteneva infatti di aver visto in più occasioni un tonno lungo cinque, forse sei metri, che aveva appunto ribattezzato “Re dei Tonni”. Gli altri pescatori sapevano bene che ciò non era possibile: in quella zona del Mediterraneo, infatti, gli esemplari più grossi arrivavano massimo ai tre metri, e non se ne erano mai visti di più lunghi di così.
Ormai la storia del vecchio pescatore che inseguiva un tonno lungo sei metri era diventata quasi una leggenda e gli altri abitanti del paesino ne alimentavano la fama, così che i turisti tornavano volentieri sull’isola, per scoprire se nel frattempo fosse riuscito nella sua impresa oppure no.
Alcuni di loro credevano alle storie di quell’uomo con la pelle del viso e delle mani bruciata dal sole e dalla salsedine. Molti di essi interrompevano qualsiasi cosa stessero facendo quando udivano in lontananza lo strascicare dei suoi sandali sull’asfalto e si voltavano per osservarlo passare, quasi in religioso silenzio. Era una specie di autorità del luogo, in fondo: da giovane era stato uno dei più bravi e instancabili pescatori dell’isola, ma ora era considerato mezzo matto.
Il vecchio era al corrente di tutte quelle voci che lo riguardavano, ma li lasciava fare, poiché era convinto che prima di morire sarebbe riuscito a pescare quello che considerava da tempo il suo più grande rivale e allo stesso tempo un compagno di avventure. Ogni tanto si immaginava già la scena: l’espressione sorpresa di tutti gli abitanti del suo paese, gli altri pescatori che lo portavano in trionfo, la barca piegata sotto il peso del Re dei Tonni.
Si erano già incrociati diverse volte a largo dell’isola, dove le correnti marine diventavano più forti e il fondale più profondo, ma la giovinezza, e con essa la forza, erano purtroppo un ricordo del passato e perciò il grosso pesce riusciva sempre a sfuggirgli. A volte lo aveva addirittura trascinato in acqua per un bagno fuori programma: in quei frangenti l’uomo riusciva a vederlo in tutta la sua bellezza: sembrava quasi si fermasse, si voltasse verso di lui e gli dicesse in tono di sfida “Allora? Sei già stanco?”, prima di sparire tra le onde marine.
Il vecchio, ripensando a quei duelli così avvincenti, sorrise stancamente, prima di sedersi sulla sedia del giardino di casa sua, mugugnando per le ginocchia che gli dolevano e biascicando qualche imprecazione.
Appoggiò la rete a terra e aprì la valigetta metallica, da cui estrasse una mela verde. Cominciò a tagliarne qualche piccolo pezzetto con il coltello serramanico che portava sempre con sé, e masticava lentamente, mentre il viso gli si contorceva in una smorfia di fatica, coperta leggermente dal cappello di paglia a tesa larga.
Dalla sedia nel suo piccolo giardino poteva veder passare tutti i turisti che alloggiavano sull’isola per brevi periodi, a godersi la pace del mare e il dolce calore del sole, prima di dover ritornare alle loro frenetiche vite, passate in prigioni metalliche o di cemento e vetro. Si divertiva a guardare quelli che lo indicavano e ridevano, o che roteavano l’indice vicino alla tempia, pronunciando le parole “pazzo” o “matto”. Si divertiva perché era convinto che tutto sommato i pazzi fossero loro, perché non avevano nessun Re dei Tonni da inseguire e catturare, mentre preferivano lasciarsi consumare da un’esistenza monotona e grigia.
Poteva vedere la moglie frustrata dall’assenza di un marito che lavorava così tanto da non potersi permettere qualche giorno di vacanza con la propria famiglia. Invece lei ingrassava e sfioriva di anno in anno, trascinandosi dietro il figlioletto che cresceva sempre più malinconico e pieno di rabbia repressa nei confronti dei genitori che lo obbligavano ogni anno a una vacanza lontana da videogame, divertimenti digitali e coetanei superficiali.
Eccoli là, i turisti mordi e fuggi dell’isola. Si accontentavano tutti di vivere la propria esistenza un paio di settimane l’anno senza riuscirci, per via delle preoccupazioni che si lasciavano a casa e che avrebbero ritrovato una volta tornati in città.
Lui era vecchio, forse pazzo, ma quando prendeva il largo, era sicuro di non essersi lasciato niente alle spalle: nessuno ne aspettava il ritorno. Da quando sua moglie era morta per una malattia una decina di anni prima, erano rimasti soltanto lui e il mare. E, a volte, il pesce che aveva così a lungo cercato di catturare.
“Chissà se anche il Re dei Tonni è un vecchio come me?” si chiedeva il pescatore. “Magari gli altri pesci lo prendono per matto quando va a dir loro che ha visto un uomo con i capelli grigi che cercava di catturarlo.” e sogghignava da solo, dondolandosi leggermente sulle gambe posteriori della sua sedia da giardino.

Il pensiero volò al duello del giorno prima con il suo rivale marino: si trovava come al solito al largo, in una zona che gli altri pescatori non battevano mai perché considerata meno pescosa rispetto ad altre. Al vecchio però non interessava. Lui era lì per quello che ormai era diventato il suo principale scopo di vita.
Gli occhi gli si illuminarono ricordando l’acqua che di colpo iniziò a incresparsi a una decina di metri dalla sua piccola barca. Lui era arrivato. Era lì per la loro ennesima sfida.
Il pescatore attese che il Re dei Tonni si avvicinasse ancora un po’. Questa volta era sicuro che sarebbe riuscito a coglierlo di sorpresa. Aveva sempre provato a pescarlo utilizzando vari modelli di canna da pesca, ma la mole del suo rivale marino era tale che nessuna di esse era riuscita a farlo capitolare senza che si spezzasse o che si strappasse il filo. A volte la sua presa, non più salda come quando era giovane, si allentava e il pesce se n’era ritornato al largo con amo, filo e canna da pesca appresso, lasciando il vecchio a mani vuote.
“Questa volta ti frego!” disse il pescatore, mentre sollevava due canne da pesca legate strette da un filo di nylon, convinto che in questo modo non si sarebbero mai spezzate.
Gettò in acqua l’amo e attese pazientemente che il pesce si avvicinasse. Sapeva che l’avrebbe fatto, perché in fondo era convinto che in qualche strano modo loro due si capissero, come se fossero indissolubilmente legati da quella loro sfida personale e appassionante.
Il grosso tonno si avvicinò al punto in cui si trovava l’amo e, quando il pescatore vide il galleggiante affondare, cominciò quella particolare versione di tiro alla fune: alternò strattoni molto forti a momenti in cui lasciava filo al pesce. La doppia canna da pesca sembrava reggere molto bene e il vecchio era sempre più convinto che quella sarebbe stata la volta buona. Il Re dei Tonni era sempre più vicino alla sua piccola barca e sembrava che le sue energie fossero ormai terminate.
Una volta che il pesce si trovò a un paio di metri dalla sua imbarcazione, in modo fulmineo il pescatore prima bloccò il filo della sua canna da pesca, dopodiché la fissò a un gancio che aveva montato apposta per l’occasione. Con le mani finalmente libere, raccolse e poi lanciò la rete sopra il grosso pesce.
In quel momento però il tonno ricominciò a divincolarsi come se tutto a un tratto le energie gli fossero tornate. La barchetta prima ondeggiò pericolosamente, allontanandosi al largo di qualche metro, poi si ribaltò, catapultando il vecchio in acqua. L’uomo non si diede per vinto e, frugandosi nella tasca dei pantaloni, estrasse il suo coltello serramanico e si avvicinò nuotando come un ossesso verso il punto in cui il pesce si stava divincolando nel tentativo di liberarsi dalla rete, sollevando rabbiosi schizzi d’acqua in ogni direzione.
L’uomo urlò mentre scagliò un poderoso fendente verso il Re dei Tonni, ma lo mancò, strappando un paio di maglie della sua rete. Il secondo colpo però andò a segno perché il pugnale si bloccò nella carne del pesce, e il pescatore lo estrasse sporco di sangue. Fu solo un attimo, ma il vecchio pensò di aver finalmente vinto la sfida, e già pregustava i festeggiamenti che avrebbero organizzato per lui sull’isola. Il grosso tonno, però, non era dello stesso avviso, visto che si diresse disperatamente nel punto in cui la rete si era strappata e riuscì a uscirne, travolgendo il pescatore che non poté fare altro che osservarlo mentre scappava dove lui, con la barca ribaltata e la rete strappata, non poteva più raggiungerlo. Si era trascinato con sé anche la sua doppia canna da pesca, e forse l’avrebbe riposta assieme alle altre, nella sua collezione di trofei.
Il vecchio gridò la sua rabbia verso il mare e il cielo, ma poi sorrise: anche questa volta il suo rivale l’aveva spuntata, ma se l’era vista brutta. Inoltre era riuscito a ferirlo, anche se non gravemente e sicuramente il pesce ora era più sofferente di lui. Doveva solo perfezionare il suo piano, magari rinforzando la rete, e allora il Re dei Tonni sarebbe stato riportato a riva.
Gli avrebbe concesso giusto qualche giorno per riprendersi e poi sarebbe ritornato per sfidarlo di nuovo, di questo il pescatore ne era certo.
L’uomo si arrampicò a fatica sulla sua barchetta ribaltata, trascinando la rete strappata e il pugnale ormai ripulito dall’acqua marina, e si mise a sonnecchiare, mentre il sole gli restituiva le energie che aveva perso e gli asciugava i vestiti logori. Qualche ora più tardi, altri pescatori che scorsero la sua imbarcazione in lontananza, lo soccorsero, aiutandolo a capovolgere di nuovo la sua barchetta, mentre si scambiavano occhiate di scherno, ridacchiando fra loro, poiché il vecchio stava raccontando tutto ciò che gli era successo quella mattinata.

Il pescatore stava sorridendo con gli occhi un po’ umidi, pensando a questo e agli altri incontri ravvicinati con il Re dei Tonni, quando la sua attenzione venne attirata da un movimento al largo, in rapido avvicinamento alla riva. C’era qualcosa là sotto, ed era anche molto grosso.
Il vecchio si alzò di scatto dalla sedia, ribaltandola a terra. Si guardò attorno: la strada principale e il piccolo lembo di spiaggia di fronte a casa sua erano stranamente deserti. Il cuore cominciò a battergli a una velocità che sentiva solo quando cercava di catturare il Re dei Tonni. Iniziò a camminare lentamente verso il mare, poi, quando realizzò che quello era il pesce che aveva inseguito tanto a lungo, corse verso di esso mentre gli sembrava che il petto si sarebbe strappato da un momento all’altro dall’emozione.
Quando si trovò a una decina di metri dalla riva, sentì delle fitte molto dolorose e dovette rallentare, ma, stringendosi la camicia unta con la mano destra, continuò faticosamente ad avanzare verso la sua barca, proprio come il grosso pesce stava facendo dal mare.
A un certo punto una grossa sagoma scura balzò fuori dall’acqua e per un istante tutto si fermò: i riflessi del sole sulla pelle lucida, le scintille d’acqua sparate in aria come proiettili eterei dal tonno, le gocce di sudore che dalle tempie solcavano la secca pelle delle guance del pescatore.
Tutto era immobile. Il vecchio incrociò lo sguardo del Re dei Tonni, come gli capitava quando veniva trascinato in acqua. Ma questa volta non si trattava di uno sguardo di sfida. Sembrava dicesse “Caro amico, oggi tutto finirà.”. Non c’era tristezza, né rabbia. Solo un’immensa serenità, che sentì dentro di sé anche il vecchio pescatore.
Infine tutto di colpo ripartì e il pesce cadde con un tonfo pesante e rovinoso sulla barca del pescatore, ormeggiata a riva, sfondandola in più punti.
Il vecchio riprese a correre, con il petto in fiamme e si gettò sul Re dei Tonni, lo abbracciò, piangendo e urlando e, mentre gli accarezzava dolcemente la pelle squamosa sulla ferita ancora aperta che gli aveva inferto il giorno precedente, sussurrò con un grande sorriso “Grazie… Grazie… Ora è davvero tutto finito..”

Qualche ora dopo sulla riva c’era un folto gruppo di persone: turisti, giovani e vecchi pescatori e tutti i clienti del bar sulla spiaggia. La scena che si presentava loro aveva dell’incredibile: il Re dei Tonni esisteva davvero e il vecchio pescatore era riuscito a catturarlo.
Prima di adagiare il corpo del vecchio pescatore su di una barella per portarlo all’obitorio del piccolo ospedale dell’isola, tutti restarono in silenzio. Non osservavano la grandezza del pesce, ma di quel piccolo uomo che aveva inseguito il suo Re dei Tonni fino alla fine dei suoi giorni, fino all’ultimo battito del suo cuore.
Quando portarono via il vecchio pescatore, tutti lo accompagnarono con un caloroso applauso che celebrava l’impresa compiuta. Nessuno era triste. C’era una gran serenità in tutti i presenti a quella scena che, ne erano sicuri, sarebbe rimasta per sempre nella storia dell’isola.
Forse il vecchio pescatore sarebbe rimasto deluso vedendo quelle facce poco sorprese, ma sicuramente avrebbe gradito la grande lezione impressa nella loro mente: per vivere appieno la propria esistenza, ognuno di noi ha bisogno di inseguire senza sosta il proprio Re dei Tonni.

neurone bruciato il 17 maggio 2012 – ore 18:19

la vita di ognuno di noi è composta da varie fasi, in cui l’io e il carattere di tutti si sviluppa, cambia e tende a maturare. passiamo dal fare cazzate come correre in auto, mischiare super-alcolici o altro ancora, a vedere molti più rischi di quelli che ci sono, o bere solo un limitato e selezionato numero di alcolici.
ho parlato al plurale, ma forse non dovrei avere la presunzione di parlare a nome di altri. le fasi della mia vita sono state varie e molto diverse fra loro, ma con un fattore comune: la solitudine. esteriore o interiore che fosse, ho sempre passato molto tempo da solo e, anche quando mi trovavo in luoghi affollati, spesso mi isolavo nei miei pensieri, o provavo disagio che lenivo grazie al vino. da piccolo ero spesso a casa da solo, nella mia esperienza di studio a milano ero distante dai miei amici, all’università ho legato con poche persone con cui si sono poi persi i contatti nel corso degli anni.
la solitudine è una brutta bestia. ti fa stare troppo con i tuoi pensieri e se, come me, il tuo carattere non è abbastanza sviluppato e forte, spesso questi pensieri prendono il sopravvento e ti sovrastano, schiacciandoti e lasciandoti senza respiro. nel periodo milanese, che è stato il peggiore per me, mi svegliavo molte volte a notte, con la gola chiusa, alla ricerca di aria e con l’orribile sensazione di stare per morire da un momento all’altro. non lo augurerei a nessuno, davvero. andai dalla mia dottoressa di famiglia che mi disse “qui ci vogliono gli antidepressivi”, io risposi “no” e andai a consultare un altro medico, che mi diede qualcosa di molto più leggero, che mi permise di avere notti più serene. il lato negativo è che la mattina mi svegliavo rintronato. in questo modo persi praticamente l’anno, dato che non riuscivo a concentrarmi per studiare e non ne avevo neanche voglia. tuttavia dopo qualche mese sentivo che stavo solo perdendo tempo, e non stavo neanche molto meglio, perchè non è che fossi riposato, quanto più sedato.
allora, forse per la prima volta, tirai fuori i coglioni, e iniziai un periodo in cui mi dedicai alla ricostruzione della mia immagine. quel periodo per me fu molto particolare: avevo eretto una grandissima maschera da stronzo, ma era molto fragile, perchè sotto sotto sono sempre stato un buono. mi immagino sempre come quel personaggio di un film che non dà un grande apporto ai protagonisti, ma che quando muore, ci resti sempre un pochino male.
beh.. la maschera che avevo costruito funzionava e mi permise di tirarmi fuori da quel pantano di notti soffocate. tuttavia non era quello che volevo, non mi sentivo ancora a posto. la tristezza era sempre lì, stagnante, in fondo alla mia anima. ero diventato qualcun altro, ma non ero ancora me stesso, non avevo ancora trovato il mio vero io. la mia anima non aveva ancora fatto pace con se stessa.
nel periodo successivo, diverse delusioni nell’ambito affettivo, fecero crollare la mia maschera, così vagai ancora nel buio dentro di me, incapace di trovare un’uscita. cambiai città, andando a vivere a Brescia, in modo da essere più vicino ai miei amici e alla mia famiglia, e trovai un po’ di pace. iniziai un nuovo percorso: essere semplicemente come sono, con i miei pregi, i difetti, le stronzate che dico in continuazione, i momenti allegri e quelli silenziosi. affidai sempre più spesso la mia tristezza e la mia ansia alle parole, cercando di chiudere tutto in un testo o in una poesia. a volte non ci riuscivo, perchè sentivo dentro di me come un compagno oscuro, che mi obbligava a indossare varie maschere, solo per mio profitto personale, ma poi ci stavo male, perchè era una maschera che mi allontanava da tutti. magari esteriormente ero sempre lo stesso, ma dentro di me le distanze aumentavano.
ora sto attraversando una fase di rigenerazione. sono più tranquillo e, come faccio da anni ormai, ho accettato di farmi ogni tanto delle nottate insonni, in preda a paure e dubbi, come credo quasi tutti noi. sto sempre cercando di cacciare il mio lato malinconico e paranoico in ciò che scrivo, e nel frattempo sto cercando di rendere il mio carattere più forte, in modo da poter mostrare a tutti come sono realmente.

normali

non sei normale
sei volato fuori
scoppiato, pazzo
ti dicono
come se esistesse
una normalità
come se esistesse
La Normalità
ma poi che cos’è normale?
stare tranquillo tutta la vita
e poi ammazzare mogli e figli a quarant’anni?
cercare di crepare quando si è giovani
e arrivare a essere un ottantenne bavoso?
cagare in un vasetto? squarciare una tela?
pochi di noi sono anormali
tutti gli altri amano pensarlo
per cercare di nascondere la loro banalità
una coperta corta per un’anima piccola piccola

e questa la chiami poesia?

le vostre parole auliche
le rime ricercate
contare le sillabe di ogni verso
le grandi figure retoriche
la metrica e la musicalità della strofa
prendete tutto questo
e infilatevelo su per il culo
la poesia non è più questo
la mia poesia non è questo
non è neanche poesia se preferite
sono parole roche per le troppe sigarette
sporche di vino e cenere
sono urla controvento
sono graffi all’anima

neurone bruciato il 5 maggio 2012 – ore 11:22

stare zitti a volte è la soluzione migliore. non ci sono mai riuscito molto bene in passato, con risultati a volte disastrosi, altre volte sorprendentemente disastrosi. il fatto è che è più forte di me: provo a tacere, a non intervenire, a fare il bravo, ma a un certo punto è come se qualcosa di caldo mi risalisse dalla schiena, rallentasse una volta raggiunta la nuca e poi, di scatto, ti entra nel cervello. è il mio sangue che ribolle, e a quel punto non posso più fermarmi, devo intervenire, dire la mia, dare aria alla bocca.
qualche volta il mio parlare è stato d’aiuto per me e per altri vicino a me. mi esponevo in prima persona, facendo la figura dello stronzo o di quello poco tollerante, quando invece spesso dicevo quello che anche altri pensavano, ma per quieto vivere o per comodità personale, tacevano.
io invece non ci riesco. se una situazione mi fa star male psicologicamente, alla lunga devo parlare, o andarmene per avere un po’ di sollievo mentale.
negli ultimi tempi ho scoperto in me un po’ di tolleranza, che mi fa vivere meglio, ma certe voci non posso accettarle, perchè sono false e ingiuste, proprio perchè vengono da dei miei amici e compagni di viaggio.
è troppo facile dire certe cose su di me, per mascherare invece che forse questo mio periodo è conseguenza di certe scelte che personalmente considero immature. mi spiace, ma non posso stare zitto, anche perchè ora io sto bene e sicuramente non me ne resto rinchiuso in casa a deprimermi tutto il tempo.
ho scoperto che fuori dalle nostre piccole testoline intolleranti c’è un mondo che prima non avevo neanche preso in considerazione e spero che possiate raggiungermi anche voi, prima o poi.
il resto è solo fiato che puzza di vino e sigarette, senza il minimo contenuto.