Un forte temporale estivo stava sferzando la città, quella notte. La pioggia fitta limitava la visibilità
e impediva di vedere qualsiasi cosa ci fosse a pochi metri di distanza. Un tempo da lupi, insomma,
di quelli che costringono la gente a casa propria. Sono pochi quelli che osano avventurarsi per le vie
inondate d’acqua. E ancor di meno quelli che lo fanno senza ripararsi con un ombrello.
Tra questi c’era Bill. Stava correndo, o meglio, stava scappando. Il rimbombare dei suoi passi veloci
sull’asfalto e sulle pozzanghere dei vicoli della periferia era quasi impercettibile, coperto com’era
dallo scrosciare della pioggia sui tetti, e ancor meno si poteva vedere la sua sagoma, avvolta in un
impermeabile e in un borsalino color cenere, che si confondeva tra le tenebre.
A un certo punto Bill si fermò sotto una tettoia in vetroresina di un negozietto che vendeva
bigiotteria e tese l’orecchio: in lontananza, in quell’atmosfera ovattata, si udiva la sirena di un’auto
della polizia.
“C’è tempo per una sigaretta”. Bill si tastò le tasche dell’impermeabile per cercare il portasigarette
d’argento, tramandato da generazioni nella sua famiglia da primogenito a primogenito. Per un
secondo il viso di Bill sembrò come tagliato da un ghigno di vittoria, mentre estrasse dalla tasca
sinistra una collana di rubini, seguita da un diamante grosso come una noce. La rapina alla
gioielleria era andata piuttosto bene. Peccato per quell’allarme che era scattato e che lo costringeva
a quella corsa sotto il diluvio: sapeva che alle sue costole c’era il detective McManon, il migliore
segugio dello stato, arruolato dalla polizia a seguito della serie impressionante di rapine che aveva
messo a segno.
Bill guardò ancora un attimo i gioielli che aveva appena rubato, dopodiché li ricacciò
nell’impermeabile ed estrasse il portasigarette aprendo il bottone della tasca interna. Ascoltò con
soddisfazione il rumore metallico dell’oggetto e ne estrasse una sigaretta artigianale. Frugò ancora
qualche istante e si ritrovò in mano il suo fidato Zippo, ne aprì il coperchio e provò un paio di volte
ad accendere la fiamma facendo schioccare le dita, riuscendoci al secondo tentativo. La calda
fiamma color arancio illuminò i lineamenti duri del suo viso, gli occhi verdi e la barba incolta.
Aspirò una profonda boccata e si guardò attorno, tra le spire di fumo, per vedere da che parte
scappare.
Attorno a lui era tutto silenzioso e freddo: sembrava che quel vicolo fosse abbandonato da anni e
certe abitazioni avevano bisogno di essere ristrutturate. Il vento aumentò di forza e Bill dovette
premere una mano sul suo cappello, per evitare che scappasse via nella notte.
“Ora è il caso di darsi una mossa”, si disse, riprendendo la corsa con la sigaretta in bocca.
Fece ancora qualche decina di metri sotto il diluvio, quando decise di prendere una viuzza che
sembrava portare al nulla più assoluto: persino i lampioni erano rotti o spenti. Cosa potrebbe
desiderare di meglio un fuggiasco?
Superate alcune traverse anonime, la pioggia finalmente sembrò dare una tregua a Bill e anche il
vento cessò, quasi come se si fosse spento un interruttore.
L’uomo tese l’orecchio e sentì della buona musica venire da un portone anonimo, color mogano,
qualche decina di metri più avanti. Più si avvicinava, più le note gli apparivano chiare: qualcuno
stava suonando dello SWING! E Bill amava lo swing.
Sempre più incuriosito, si avvicinò al portone e quando si trovò a un pochi passi, di colpo una
giovane coppia uscì, lui sigaro in bocca, completo nero gessato e cappello a tesa larga con fascia
rossa, lei dolcemente avvolta in un vestito lungo e scarlatto, capelli scuri raccolti divinamente da un
grosso fiore color panna.
La musica travolse Bill: erano note inconfondibili, che aveva imparato ad amare quando era poco
più alto di un metro, dai dischi in vinile che ascoltava suo padre e, prima di lui, suo nonno. Si
trattava senza dubbio di Sing sing sing della Benny Goodman Orchestra, interpretata in maniera splendida da chiunque stesse suonando in quel posto.
“Sembra di essere tornati indietro nel tempo” pensò Bill, mentre guardava la coppia allontanarsi nel
vicolo.
L’ululato di una sirena della polizia molto più vicino rispetto a quello di qualche minuto prima, fece
tornare Bill sulla terra: McManon era sempre più vicino.
Doveva fare qualcosa. E in fretta.
Bill decise quindi di entrarci. Una volta dentro, si sarebbe inventato qualcosa.
Superato l’ingresso, rimase estasiato da quello che gli si presentò di fronte: le pareti di quel posto
erano totalmente nere ricoperte da quadri e da grosse figure di pin-up che quasi toccavano il
soffitto, l’illuminazione era scarsa, ma color porpora e dava alla sala un’atmosfera da girone
dell’inferno dantesco. Gli uomini che gremivano ogni angolo di quello spazio sembravano usciti da
un film di gangster e le donne… c’era da innamorarsi solo guardandole camminare fasciate nei loro
vestiti che ne valorizzavano le curve e la bellezza.
Qualcuno stava chiacchierando con il barista, altri ballavano lo swing che l’orchestra sul palco stava
suonando, catalizzando l’attenzione della maggior parte del pubblico.
I riflessi della tromba, del sassofono e del trombone riempivano la sala, mentre il contrabbassista
stava gareggiando con il batterista a chi faceva l’assolo che strappava più applausi, facendo roteare
il suo strumento con precisione chirurgica. Il clarinettista invece attendeva il suo turno con
impazienza e il pianista faceva correre le dita sui tasti bianchi e neri mentre accompagnava i due
solisti. Il cantante osservava in disparte, schioccando le dita a tempo, sorridendo e bevendo whisky.
La canzone finì in un crescendo di note e tutti i musicisti diedero il massimo, incalzati e incitati
com’erano dal pubblico. Alcuni ragazzi che si trovavano a pochi metri dal palco erano a dorso nudo
e facevano roteare le camicie in aria. In effetti l’atmosfera lì dentro era elettrica, stare fermi
impossibile e faceva così caldo che sembrava davvero di essere negli inferi.
Bill si fece largo tra gli applausi della folla, cercando di raggiungere il bancone del bar, quando
l’orchestra attaccò un nuovo brano. Di colpo sentiva il sangue bollirgli nelle vene e, quando il suo
sguardo incrociò quello di una ragazza con capelli neri raccolti e grossi occhi scuri, le tese la mano
per invitarla a ballare, dimenticandosi di essere un fuggitivo con il miglior detective dello stato alle
calcagna.
Sulle note frenetiche i due iniziarono a danzare. Bill se la cavava egregiamente, poiché sua madre
gli aveva insegnato i passi dello swing, ma la sua partner non era da meno. C’era un affiatamento
così forte fra loro che era come se avessero sempre ballato assieme e, per un istante, gli sembrò
quasi di diventare tutt’uno con la musica.
Terminato il pezzo, Bill la ringraziò con un leggero inchino. Lei si avvicinò e gli diede un bacio
sulla guancia. Attorno a loro si era formato un capannello di gente a guardarli e ora li stava
acclamando quasi quanto l’orchestra sul palco.
L’uomo finalmente raggiunse il bar e si appoggiò al bancone per riprendere fiato. Si voltò e si trovò
sotto al naso un bicchiere di whisky.
“Offre la casa. Solo per i migliori ballerini” disse il barista. Tra le mani aveva un bicchiere di vino
rosso che avvicinò a quello di Bill, proponendogli un brindisi.
“Alla tua!” gli disse, e bevve un lungo sorso.
“Grazie amico” rispose Bill sorridendo. Forse l’avrebbero catturato quella sera, ma in quel posto si
stava proprio divertendo.
“Gran bel locale. Non ne avevo mai visto uno del genere!” si complimentò, rivolto al giovane con i
capelli impomatati e sottili baffi scuri.
“Grazie! Peccato non durerà. Siamo un gruppo di ragazzi squattrinati con un bel sogno. La polizia
ci ha consegnato giusto l’altro giorno una multa per via dei volumi troppo alti. Se non paghiamo, ci
chiudono. Se la paghiamo, non avremmo soldi per l’affitto e chiudiamo comunque”, si confidò il ragazzo, guardando Bill negli occhi. “Finché possiamo andare avanti, teniamo duro!” concluse. Poi
sorrise, vuotò il bicchiere e si accese una sigaretta.
“Mi spiace, ragazzo” riuscì solo a dire Bill, finendo il whisky.
Poi si voltò a guardare l’orchestra, che stava salutando il pubblico dopo l’ultimo pezzo. Di colpo gli
venne una grandissima idea.
“Sai, anche io ho qualche problema, ma potremmo venirci incontro…” disse Bill rivolto al barista.
“Continua…” gli rispose lui, sorridendo beffardo, come se avesse già sentito più volte discorsi del
genere.
“Mi sembri un tipo intelligente, quindi verrò subito al dunque: sono inseguito dalla polizia e devo
nascondermi. Se riusciste a darmi una mano, vi ricompenserei” ed estrasse il grosso diamante dalla
tasca.
Il ragazzo sgranò gli occhi. Prese la pietra preziosa e la osservò da vicino strizzando un occhio. Poi
la puntò verso Bill e, guardandolo attraverso il diamante, gli disse: “Affare fatto”
Il barista fischiò per attirare l’attenzione dei suoi compari e alcuni di essi si avvicinarono: erano a
dorso nudo o con la camicia sbottonata appoggiata sulle spalle, erano sfiniti per aver ballato così a
lungo, ma avevano un’espressione soddisfatta.
Dopo qualche minuto in cui il gruppetto parlottò fitto, a Bill sembrò che uno di loro avesse avuto
una grande idea, tanto che gli altri si stavano complimentando con lui con delle pacche sulle spalle.
“Seguici” disse infine uno di loro rivolto a Bill. Era vestito di un completo color mogano, con delle
elegantissime scarpe di pelle nera, con inserti rossi e bianchi.
L’uomo volse lo sguardo al barista, che gli fece l’occhiolino annuendo e si fidò. Non aveva molte
alternative, in fondo.
Bill seguì il ragazzo, mentre osservava che altri due di loro stavano parlando con il cantante del
gruppo, che si stava rinfrescando dopo il concerto, mentre un terzo stava sistemando dei faretti,
puntandoli in direzione del pubblico, che protestò debolmente. Il cantante ascoltava, annuiva e di
tanto in tanto guardava in direzione del fuggitivo.
“Indossa questi” gli disse il ragazzo. Si trovavano in una sorta di “dietro le quinte” del palco, e Bill
si ritrovò in mano una giacca scura con i risvolti rossi e un cappello nero con una fascia bianca.
Erano del tutto identici a quelli che indossavano i musicisti dell’orchestra.
Finalmente l’uomo realizzò il piano di quei ragazzi e il suo viso si aprì in un ghigno divertito,
mentre si cambiò velocemente.
Il cantante, intanto, prese in mano il microfono e urlò “Ancora un pezzo… Vi va?”
Il pubblicò rispose con un boato che fece tremare le pareti. Il batterista cominciò a pestare sulle pelli
e gli altri musicisti ripresero a stargli dietro, tra gli applausi delle persone del locale che sembravano
in estasi.
Anche Bill si trovava sul palco, con una tromba color argento che uno dei gestori del locale gli
aveva prestato. Non sapeva suonarla, ma finse di farlo, imitando i movimenti dell’altro trombettista.
Dopo pochi secondi entrò nel locale il detective McManon. Si guardò attorno e strizzò gli occhi per
via di quei fastidiosi faretti posizionati dietro all’orchestra che stava suonando, di cui vedeva solo le
sagome che ondeggiavano a tempo di musica. Arrivò al bancone del bar, dove trovò un gruppo di
ragazzi, alcuni di essi sudati e a petto scoperto.
“Sono il detective McManon della polizia. Stiamo seguendo un ladro di gioiellerie che è stato visto
scappare da queste parti. Per caso l’avete visto?” disse duro al barista e ai suoi amici, mostrandogli
una fotografia di Bill.
I ragazzi la guardarono da vicino, poi uno di loro disse “Non è un viso comune. Se fosse passato di
qua me ne ricorderei”
“Bene” rispose freddo il detective “Farò un giro per il locale per controllare che non sia entrato.
Niente scherzi, mi raccomando” concluse perentorio, e il suo sguardo di ghiaccio passò lentamente in rassegna i visi dei ragazzi.
Una volta che si fu allontanato, uno di loro incrociò lo sguardo del cantante, che rispose con un
cenno d’intesa e diede il là per un assolo infuocato, che scatenò il pubblico, facendo tornare a
ballare anche coloro che si erano seduti sui divanetti ai bordi della pista centrale per riprendere
fiato.
McManon si spostò da un punto all’altro del locale, cercando di riconoscere Bill tra tutti quei tipi
imbrillantinati, ricevendo qualche spintone da coppie che stavano ballando freneticamente. Infine,
dopo un’ultima occhiataccia verso il palco, visibilmente innervosito dall’atmosfera di festa di quel
posto, ritornò al bancone del bar.
“Me ne vado. Non ho visto il sospetto qui dentro e mi manca l’aria. Se dovesse passare da questo
locale, qui c’è il mio numero” disse al barista, porgendogli il suo biglietto da visita. Infine uscì di
scena, proprio mentre l’orchestra stava suonando le ultime note e salutando il fantastico pubblico di
quella sera.
“Non so come ringraziarvi, ragazzi”. Bill era sudatissimo e si era sbottonato la camicia. Non era
stato fermo un secondo, non solo per non insospettire McManon, ma anche perché amava lo swing
e non riusciva a non ballarlo quando lo ascoltava. Il locale si stava svuotando e i gestori stavano
brindando assieme ai musicisti.
“Grazie anche al vostro swing” continuò rivolto all’orchestra “Se non fosse per voi, McManon mi
avrebbe catturato. Per stasera sono salvo!”
“Non c’è di ché amico” gli rispose il cantante “Ma stavo pensando a una cosa…” incrociò lo sguardo
interrogativo di Bill e poi proseguì, sorridendo “Noi stiamo per andare all’estero per una serie di
concerti. Vieni con noi?”
La proposta lasciò Bill senza parole: non solo l’avevano salvato dal detective, ma gli davano anche
una possibilità di fuga all’estero.
“Beh… la proposta è così allettante che accetterò senz’altro!” rispose l’uomo entusiasta.
Diede una mano a caricare gli strumenti sul furgone e, mentre i musicisti si stavano sistemando sui
sedili, cercando di riposarsi dopo il concerto, Bill andò verso i ragazzi, che stavano bevendo vino al
bancone, parlottando e ridacchiando, ricostruendo quello che era successo quella sera.
“Grazie ragazzi, siete mitici! Questo è per il disturbo, come promesso” disse lanciando il grosso
diamante verso il bancone. Il barista lo prese al volo e lo mostrò fiero agli altri. I loro guai finanziari
sarebbero finiti. Potevano pagare multe e affitti per un bel po’.
L’uomo li salutò uno per uno, abbracciandoli come se fossero suoi fratelli e infine, dopo una foto di
gruppo, si accomodò su un sedile del furgone e fece loro un ultimo cenno di intesa, prima che il
mezzo si allontanò nelle tenebre della città, ormai addormentata.
Bill si accese una sigaretta. A parte il guidatore e il cantante che stavano parlottando della serata e
dei prossimi concerti, tutti erano in silenzio, mezzi addormentati. Lui invece non riusciva a prender
sonno, dopo tutto ciò che gli era successo.
Era scappato alla polizia più volte, ma questa se la sarebbe ricordata in modo particolare: era stata
una fuga a tempo di Swing!